On doit des égards aux vivants; on doit aux morts que la verité.

Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità.

Voltaire, “Lettere scritte nel 1819”

domenica 15 ottobre 2017


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E’ uscita la terza edizione del libro “ L’ ULTIMO SALUTO”  sulla strage dei 43 militi della Legione Tagliamento  trucidati a Rovetta  il  28 Aprile 1945.  Disponibile sul sito:  http://www.lulu.com/home
In memoria di Gregorio Misciattelli Bernardini, fondatore e primo Presidente della Associazione Reduci della 1^ Legione d’ Assalto “M” Tagliamento e del Comitato Onoranze Caduti di Rovetta e di Padre Antonio Intreccialagli, Cappellano della Legione.
Un grazie ai legionari Mariano Renzetti e Fedinando Cacciolo, combattenti per l’ Onore d’ Italia, che hanno dedicato la loro vita a testimonianza di una tragedia nazionale personalmente vissuta.




ROVETTA SPIGOLATURE SU UN MASSACRO
di Sergio Geroldi
C'era un brusio sbigottito tra i paesani in quei giorni di fine guerra. I quel piccola paese bergamasco, Rovetta, così come i tutti i piccoli centri, ogni notizia importante passava di bocca in bocca e, quel 28 Aprile 1945, preannunciava una tragedia che stava avvicinandosi minacciosa. Peraltro la gravità della situazione si era già delineata fin dalla mattina presto: quei camion carichi di partigiani armati fino ai denti che venivano da Clusone o forse da Lovere,quelle espressioni dure e la palese intenzione da parte dei nuovi arrivati di fare giustizia sommaria dei legionari prigionieri, non lasciava presagire nulla di buono. La guerra era finita da tre giorni ed il paese aveva già vissuto la tragedia bellica con la dolorosa separazione da numerosi suoi figli avviati verso i vari fronti, ma ora avrebbe dovuto essere tutto finito e, gradualmente, doveva tornare tutto alla normalità. Ma così non sembrava. Se la guerra aveva sostanzialmente sfiorato il paese con gli oscuramenti ed i controlli, ora il via vai di militari, tedeschi, russi e italiani erano terminati ; poi il fronte vero era lontano. Adesso, invece, la bruttura della guerra era lì, con le armi brandite minacciosamente sulle porte di casa, e ciò dimostrava che anche il peggio può peggiorare e le minacce attuarsi. Ed il "tam tam" preannunciava una uccisione in massa dei soldati che si erano arresi un paio di giorni prima. I militari avevano trattato la loro resa con un improvvisato Comitato di Liberazione Nazionale, il quale avrebbe dovuto garantire un ordinato passaggio di poteri da una amministrazione militarizzata sconfitta ad una costituenda amministrazione civile dai caratteri assolutamente imprecisati. Il comitato di Liberazione , in acronimo CLN, avrebbe dovuto essere il braccio politico del movimento partigiano armato, gerarchicamente superiore alle brigate in armi; ma erano tempi in cui la confusione era una costante, per cui la forza bruta collegata alla sete di vendetta annullò una subordinazione che, nei fatti, si rivelò una pura e disattesa formalità; e vedremo purtroppo con quali conseguenze. Il capo dei soldati prigionieri era un ragazzo ventiduenne, con gli occhiali, quasi timido che, per quanto privo di esperienze del genere aveva voluto la stesura concordata di un atto ufficiale di resa contenente garanzie per i militari sconfitti. E sconfitti non in combattimento! Da giorni ogni comunicazione col loro comando era venuto meno e lo sfaldamento del loro apparato militare era sotto i loro occhi; così le blandizie di un CLN che offriva garanzie senza essere in grado di garantirle ne carpì l'ingenua buona fede. Le controparti nella stesura del documento erano stati un militare di carriera, in borghese, ed un sacerdote. Quali più qualificati garanti avrebbero potuto sottoscrivere quell'atto? Non sapeva, il ragazzo, che mai un militare in divisa si deve arrendere a civili che non abbiano superiori diretti a cui rendere conto. La parola data può essere ripresa, riconsiderata a posteriori; i patti possono improvvisamente diventare privi di valore e, sui piatti della bilancia, finisce per pesare di più la spada di Brenno delle buone intenzioni. E la loro sentenza era già stata emessa, e non a Rovetta, ed il ventiduenne poco più che ragazzo con incarichi più grandi della sua età, quando fu brutalmente informato dai nuovi arrivati dei camion del crudele destino che sarebbe toccato a lui ed ai suoi soldati adolescenti protestò, ma inutilmente. Ricevette uno schiaffo da un partigiano, una fiamma verde, che gli fece cadere gli occhiali. Poi esibì inutilmente la copia dell'atto di resa, che fu fatto a pezzi. Chiese ancora che fosse lui e lui solo a pagare, e sollecitò per i suoi soldati un trattamento equo così come previsto dai patti sottoscritti, ma tutto fu inutile. Dovette così raccogliere dignitosamente gli occhiali e avviarsi al suo crudele destino ; fu fatto poi seguire, divisi a piccoli gruppetti, dai suoi soldati. Nel frattempo il militare di carriera era scomparso, ed il prete protestò energicamente solo quando i partigiani gli dissero che avrebbero fucilato i militari conto il muro della chiesa, dicendo che glielo avrebbero sporcato, e per il resto subì e fu parzialmente acquiescente. Anche lui si rimangiò la parola: l'importante, per lui, era l'aver scongiurato una futura sconsacrazione della parrocchiale, e tanto gli bastava in quel momento. Disonorò sostanzialmente il proprio abito , collocandosi a metà strada tra Don Abbondio e Ponzio Pilato e con l'aggravante di una buona deriva di avidità, pur pentendosi mentre erano in corso le ultime esecuzioni. In quel momento mise però molto zelo nel farsi consegnare dai morituri portafogli e valori che mai raggiunsero le famiglie di origine. E dovette scorrere un fiume di sangue prima che la sua coscienza , accecata forse dal risentimento per una motocicletta rubata che i soldati gli avevano trovata tempo prima nascosta in canonica , tornasse a valori ecclesiali, riuscendo a strappare alla morte tre quattordicenni, gli ultimi della lunga staffetta di assassinandi. Anche questo fu però grazie alla cooperazione congiunta coi pochi partigiani la cui sopportazione per la carneficina aveva già oltrepassato il livello di guardia. Va anche ricordato che un ufficiale partigiano aveva rifiutato di fornire uomini per le esecuzioni ma ,” vox clamans in desertum”, non potè fare nulla di più. Il prete ,invece, tenne poi nascosto il solo fuggitivo dal luogo dell'incarcerazione, che aveva preso il largo grazie alla passiva complicità di uno dei pochi umanissimi carcerieri . Questi guardiani improvvisati erano emanazione del pure improvvisato CLN, in cui i personaggi pricipali erano sempre il prete e l'ufficiale in borghese già citato, e non sapevano delle esecuzioni. E le due autoproclamatosi autorità non si posero neppure lontanamente il problema sul come avrebbero potuto onorare le garanzie offerte. Così i carcerieri che facevano riferimento al CLN intuirono che le esecuzioni erano in corso solo quando dovettero consegnare i prigionieri a piccoli gruppi e sentirono poi gli spari. Nemmeno i prigionieri sapevano del destino che li attendeva; da quasi 2 giorni venivano vessati da continue minacce di morte e ciò aveva creato in loro, usi più ad agire che a subire, uno stato di confusionale passività e di fatalismo. Ma ora lo scenario era mutato, ed andava percepita la nuova variante dato che le minacce di morte erano state proferite da gente diversa . Inoltre i nuovi arrivati della mattina si erano già fatti aprire la porta dell'improvvisata cella con la forza ed avevano percosso violentemente i prigionieri umiliandoli, e costringendoli a strapparsi le mostrine di cui andavano fieri. Sempre i nuovi, non fidandosi del CLN, avevano anche rinforzato il corpo di guardia con loro uomini. Solo uno dei prigionieri intuì istintivamente tutti questi cambiamenti. Già un carceriere gli aveva persino detto a bassa voce proibendogli di andare in bagno,”dove vuoi andare che tra tre minuti sei morto!” Capì che, dopo tante minacce di morte, quella potesse davvero essere la tragica “volta buona”nel senso di cattiva e agì: reiterò la richiesta del bagno e, quando come ultimo desiderio espresso da un condannato vi ci fu portato, fece in modo di chiudere solo parzialmente la porta, e si calò dalla finestra ; e la fortuna volle che il “Santo” guardiano gli fosse un poco anche angelo custode in quanto, volgendo il suo sguardo altrove aveva scelto una “amnesia da allarme”. Ma questo il ragazzo non poteva saperlo; al momento non poteva che essere solo preoccupato di far funzionale al meglio le ali ai piedi, ma li ritroveremo dopo....Così il fuggitivo si rifugiò nella canonica che era prospicente al luogo dell'incarcerazione e si impossessò di una pistola lì nascosta ; era quella che il suo ufficiale aveva consegnato all'atto della resa ma, nuovamente armato, fu sorprese dalla perpetua impaurita che gli chiese se fosse uno dei prigionieri. La risposta era quanto mai ovvia e, per evitare possibili urla della donna gli consegnò l'arma e si nascose in soffitta armandosi solo di un pesante pezzo di ferro. Dal nascondiglio in soffitta intravide un certo movimento di armati ai piani bassi, ma nessuno lo cercò. E quando il prete tornò dalle esecuzioni (dove oltre ad aver raccolto i portafogli degli uccisi aveva anche officiato frettolosamente le funzioni di "routine" e lo sapeva ormai disarmato dalla sua “truppa”), salì di sopra ; lì , di fronte allo scampato, pianse. Gli disse che mai, in 20 anni di fascismo, aveva visto simili fatti e che lui poteva trattenersi in casa sua quanto voleva, e se lo tenne per 3 mesi. Cominciava forse tardivamente a pentirsi per la sua accidia, ma la frittata era già stata fatta! E, come responsabile del CLN, aveva dovuto constatare che il primo frutto di una libertà giacobina appena conquistata era stata una mostruosità. Ed offrì persino al ragazzo la tessera di partigiano (fiamma verde); ne disponeva già di un pacchetto in bianco, che riteneva di dover distribuire come le particole delle funzioni sacre. Il destinatario dell'offerta ebbe più dignità dell'offerente e rifiutò; e lui, sempre tardivamente, dovette ammettere che l'adolescente aveva ragione. In paese c'erano molti sfollati dalle città. Un gruppo di questi era costituito dalla famiglia Di Segni, ed era composta dal padre, dalla moglie e da 3 figli. La guerra era già costata alla famiglia diversi trasferimenti, ultimo Rovetta. Avevano dovuto abbandonare una proficua attività e, da mesi, vivevano indisturbato in quell'ospitale paese dove avevano ampliato le conoscenze, quasi integrandosi. Addirittura ,qualche mese prima, un reduce ferito al fronte ed in convalescenza a casa (per inciso lo stesso che avrebbe poi effettuato la desistenza dall'allarme lasciando allontanare quatto quatto l'unico fuggitivo dalla strage) che si sposava, li aveva invitati al proprio matrimonio. E per il banchetto, all'epoca, c'era scarsità di generi alimentari dovuti ai razionamenti ma, si sà, in un paese di media montagna, in occasione di un matrimonio, qualche gallina o coniglio escono sempre dal cilindro per finire in pentola, e così fu anche per quel matrimonio. A quel momento di gioia conviviale parteciparono anche alcuni militari tedeschi, che da sempre amano le varianti italiche alle loro "cartofen", alcuni nostri militari e , ovviamente, tutta la parentela dello sposo e della sposa. Tutti si conoscevano l'un l'altro, tutti conoscevano le reciproche origini e storie, e l'armonia fu quanto mai perfetta. E perchè mai rinnegare lo spirito di quel recente convivio che era stato un po' bonario ed un po' complice? Poi i legionari che stavano per essere assassinati conoscevano perfettamente la loro storia e li avevano sempre protetti da possibili angherie dei loro alleati. Specialmente Umberto, il primogenito, vedeva nei volti dei morituri solo volti di adolescenti quasi coetanei. Volti che, scorso un fiume di sangue sarebbero riusciti, se pur con con troppo ritardo , a risvegliare la coscienza obnubilata del prete. E , non potendo assolutamente accettare passivamente la tragedia preannunciata che si sarebbe consumata di lì a poco, partì. In un albergo di Rovetta trovò tre ufficiali partigiani che conversavano ed interpellò il più alto in grado, che poi sarebbe stato identificato per il famoso "Moikano"(al secolo Poduie Paolo, allora residente a Rovigno d'Istria), quello cioè che la cultura ufficiale avrebbe indicato come il solo responsabile della strage, ed esordì con un cortese ma risoluto :" Scusi, non crede che si dovrebbe fare ai ragazzi un giusto processo? Non tutti possono essere colpevoli!". La risposta fu "Lei chi è?" Umberto disse". Sono un Ebreo". Il Moikano proseguì con un suo caratteristico duro accento istriano "Dove era lei durante la guerra? “E Umberto" Sono un Ebreo, ho dovuto nascondermi con la mia famiglia". E allora il Moikano si erse con protervia per porre fine a quel dialogo intromissivo e chiuse seccamente con un "Noi eravamo in montagna!" E così finì il tentativo di un perseguitato di difenderne altri, in quel momento molto più che perseguitati. E poco dopo iniziarono a risuonare i rumori degli spari, vicino al cimitero, e durarono ore. Ed alla fine il brusio sommesso dei paesani cessò, lasciando il posto prima ad una cupa rassegnazione che si trasformò poi, gradualmente, in una cappa di silenzio che, per giorni, gravò sul paese. Quando in quel tranquillo borgo si consumò l'omicidio dei 43 ragazzi, che resta la più grande ed efferata strage di minorenni di tutta la storia d'Italia, non fu certo un momento in cui l'umanità ebbe il sopravvento. Ma se crudeltà e irresponsabilità, accidia, avidità e “ordini che venivano da altrove" determinarono quei momenti, a salvare il lato positivo della debole natura umana resta la semplicità disarmante di Umberto, uno dei pochi che ebbero il coraggio di manifestare aperto dissenso contro una mostruosità imposta da altrove , e della sentinella che .......dopo mezzo secolo riuscì finalmente anche ad abbracciare con le lacrime agli occhi l'allora ragazzo che aveva lasciato fuggire; fu solo il “Santo”(ed è forse un errore virgolettarlo), esponendosi a gravi rischi personali ma rispondendo più alla chiamata della propria coscienza che alle consegne impostagli dal servizio in una guerra ormai finita, l'Uomo che riuscì a rendere operativo un quasi generale ma impotente dissenso, pur raggiungendo solo un limitato successo.


GIORNALE DEL POPOLO DEL 30 APRILE 1945

Bergamo monumento ai Caduti fascisti ora distrutto


Dopo l’8 Settembre 1943, il P.F.R. bergamasco si ricostruisce subito. In tre mesi può contare sulle seguenti forze: Fascio di Bergamo 1.091 iscritti uomini, 360 donne e 90 al G.U.F., per un totale di 1541 in città; in provincia si sono costituiti 33 Fasci e altri 70 sono in via di costituzione, iscritti maschi 944, femmine 157, e 40 al G.U.F., per un totale di 1.141. Il P.F.R. conta su 2.582 iscritti che arriveranno all’inizio del 1944 a 4.000. Numero non certo esiguo se calcolato nella realtà drammatica di una guerra fratricida e ormai persa.

PAOLO ROSA E GIUSEPPE CORTESI DI LOVERE 
UCCISI IL 29 NOVEMBRE 1944

I PRIMI CADUTI DELLA R.S.I. DELLA BERGAMASCA


8 GIUGNO 1945
Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi
rapiti dai partigiani dall’ospedale e gettati vivi nel lago. Questa è un’altra storia dimenticata da tutti. Ma è una delle più tragiche di quei tristissimi giorni. Non si impara a scuola. Sono passati esattamente 72 anni da quel massacro che ora rievocheremo. Lovere, in provincia di Bergamo, sul lago d’Iseo, fu teatro della una morte atroce di due giovanissimi legionari della Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana, Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi, uccisi dai partigiani l’8 giugno 1945, a guerra finita da un pezzo. Le circostanze atroci in cui sono morti Le Pera e De Vecchi meritano di essere ricordati, perché purtroppo la sorte di questi due ragazzi è spesso “oscurata” da quella, altrettanto atroce, dei 43 giovani, anche loro della Rsi, avvenuta qualche giorno prima a Rovetta. La storia nella zona è molto nota, ma è stata raccontata in diversi libri, tra cui quello di Giampaolo Pansa I gendarmi della memoria. Le Pera e De Vecchi furono torturati e gettati vivi nel lago d’Iseo. De Vecchi e Le Pera erano due militi della Tagliamento. Dopo uno scontro armato con i partigiani, alcuni legionari rimasero feriti, tra cui Le Pera, 22 anni da Catanzaro, rimasto gravemente ferito alle gambe, e De Vecchi, 19enne nato nell’Alessandrino. Trasferiti all’ospedale di Lovere, rimasero degenti vegliati dalle loro famiglie. I partigiani garibaldini erano frattanto arrivati a Lovere, e i superstiti militi della Gnr si arresero a loro. Il 30 aprile vennero tutti fucilati all’esterno del cimitero. Lo strazio delle madri che tentavano di fermarli Intanto i due feriti soffrivano atrocemente, erano sedati con la morfina. Ciononostante, secondo le testimonianze, i partigiani, dopo una cena in una vicina trattoria, da Cino, decidevano di assassinarli. Già nei giorni precedenti entravano nell’ospedale per insultarli e minacciarli. Rammenta la sorella di Francesco: “Tutti i giorni, dei partigiani venivano a trovare Beppe, un loro compagno, ricoverato. Erano sempre percosse per mio fratello e per l’amico Le Pera”. Il dottor Tullio Corazzina, medico del medesimo ospedale, in un rapporto steso dai carabinieri locali, il 4 aprile 1957, così dichiarava: “Ricoverati per numerose e gravissime ferite, i due furono durante la loro degenza, soggetti di ripetute angherie e di continue minacce”. Finché, la sera del 7 giugno arrivarono quattro partigiani armati e li portarono via di peso, dopo aver tagliato i fili del telefono dell’ospedale. Alle famiglie che cercavano di fermarli dissero che li avrebbero sottoposti a processo. Fu un’altra menzogna: i due giovani agonizzanti vennero gettati in riva al lago, sul molo di sant’Antonio, e percossi con sbarre di ferro. Alla fine, li buttarono nel lago, probabilmente ancora vivi, anche se in condizioni disperate. Giorno 8 giugno 1945: inutili le ricerche della madre e della sorella dei due giovani: hanno cercato ovunque le due donne disperate. Hanno chiesto, a tutti, ma nessuno conosce il fatto. Si trovano solo tracce di sangue sul pontile, vicino al lago. Dei ragazzi non si hanno notizie. Riprendiamo la deposizione del medico dell’ospedale di Lovere: “…prelevano, dal loro letto, i due feriti sanguinanti e, sordi alle implorazioni di una madre, li trascinano in riva al lago e, dopo averli seviziati, li gettarono nelle acque”. Il lago d’Iseo non restituirà mai più i loro corpi. Fu un’efferatezza ingiustificabile: se è già grave uccidere dei prigionieri senza processo e a guerra finita, torturarli e assassinare prigionieri feriti è una colpa ancora peggiore. Bastano episodi come questo, in mancanza di scuse e di pentimento, per gettare fango sulla lotta partigiana, anche perché non ci sono notizie che i colpevoli siano stati mai sottoposti a processo.di ANTONIO PANNULLO


CARTELLE CLINICHE DI DE VECCHI E LE PERA


Dalla cartella clinica intestata a LE PERA EMILIANO, redatta all’Ospedale Mandamentale di Lovere si ricava che egli era nato il 1.2.1923, che era studente, che fu ricoverato il 26.4.1945 che uscì il 8.6.1945. DIAGNOSI : Frattura bilaterale del femore e delle gambe d’arma da fuoco con ritenzione di schegge a sinistra. ANAMNESI E STATO PRESENTE: Ricoverato d’urgenza il 26 aprile 1945 perché gravemente ferito durante un conflitto fra partigiani e militi della Tagliamento durante il periodo della liberazione. E.O.: Individuo in gravissime condizioni generali. Agli arti inferiori numerose ferite d’arma da fuoco bipassanti ed interessanti l’apparecchio scheletrico: fratture (illeggibile) bilaterali dei femori al 1/3 medio e di ambedue le tibie pure al 1/3 medio aperte e sbrecciate con fuoriuscita di sostanza. Le annotazioni sulla temperatura e altro proseguono fino all’8 giugno. In corrispondenza di tale data si trova la seguente annotazione: ”Nella notte fra il 7 e l’8 giugno alcuni individui armati di mitra sono penetrati a viva forza nell’ospedale ed immobilizzato il personale, bloccato il telefono si sono caricati sulle spalle il ferito sanguinante e quasi morente per il trauma inflittogli togliendolo dal letto e con un compagno pure ferito gravemente e che giaceva nel letto accanto, l’anno asportato dall’Ospedale sulla strada buia dove pare attendessero altri con una macchina.” Dalla cartella clinica intestata a DE VECCHI FRANCESCO, redatta dal l’Ospedale Mandamentale di Lovere, si ricava che era nato il 20.11.1925, di professione contadino, entrato il 26.4.1945 e uscito il 8.6.45. DIAGNOSI: Ferite multiple di arma da fuoco. ANAMNESI E STATO PRESENTE: Viene ricoverato proveniente dall’Ospedale di Darfo per ferite multiple riportate in combattimento (aggiunto dal Dott.Petrucci) Anche in questo caso in data 8 giugno 1945, aggiunto dal Dott. Petrucci, trovasi l’annotazione : “” ignoti hanno invaso l’Ospedale e prelevato e trasportato in sede ignota.”” Relativamente alla vicenda del De Vecchi esiste una dichiarazione rilasciata ai Carabinieri di Lovere dal Dott. Tullio Corazzina, che all’epoca prestava servizio nell’Ospedale di Lovere. Con tale dichiarazione si ricostruisce nei dettagli tutta l’infame vicenda.


Gino Lorenzi
uno dei tanti giovani martiri, uno delle tante vittime sacrificali sull'altare della Patria sconfitta. La colpa imperdonabile, quella di aver combattuto fino all'ultimo giorno una guerra persa. Il sacrificio di Gino e dei suoi tanti camerati doveva servire a festeggiare la vittoria delle fazioni in una Italia democratica e liberata ma inesorabilmete sconfitta e punita impietosamente dal tracotante e superbo nemico. Ecco la breve descrizione dei fatti:
A guerra finita il S. Tenente Gino Lorenzi aveva deposto le armi nella cittadina di Oderzo e, con alcuni camerati, si era incamminato verso casa a Bergamo. Giunto a Ponte di Piave, il gruppo fu catturato da una banda di partigiani comunisti e rinchiuso nelle carceri di Breda di Piave. Di qui, nella notte fra il 3 ed il 4 maggio, i prigionieri vennero portati alla Cartiera Burgo di Mignagola ove, dopo aver subito durissime percosse e sevizie inaudite, furono fucilati. Tutti ma non Gino Lorenzi. Ostentava infatti una medaglia religiosa al collo ed alla richiesta di rinnegare la Sua Fede oppose netto rifiuto. Fu approntata una rozza croce legando due tronchi d'albero e i gloriosi "patrioti" Gli dissero che, se non avesse rinnegato la Sua Fede, quella sarebbe stata la Sua fine.Il giovane Ufficiale del Battaglione "M" d'Assalto "Romagna" non tremò ne implorò salvezza:"La Croce che Gesù Cristo ha portato non può far paura ad un Cristiano" si limitò a pronunciare prima che lo inchiodassero.
Così morì Gino Lorenzi, chiamato da Dio e dal Destino a divenire un simbolo di suprema dedizione, di insuperato ineffabile sacrificio per la Fede e per la Patria.

DA SINISTRA : ANGELO BERIZZI FEDERALE DI BERGAMO, UCCISO A VIMERCATE IL 29 APRILE - IL CAPITANO ALDO BONDIOLI UCCISO IL 28 APRILE - IL PROFESSOR VENTURINO VENTURINI, NOTISSIMA FIGURA DI EDUCATORE, PURE LUI TRUCIDATO IL 28 APRILE - IL CAPITANO ALDO RESMINI, COMANDANTE DELLA COMPAGNIA "OP", TRUCIDATO DOPO ORRENDE SEVIZIE IL 19 MAGGIO

ELENCO DEI MILITARI E CIVILI DELLA R.S.I. CADUTI PER CAUSE BELLICHE
DALL'OTTOBRE 1943 AL 25 APRILE 1945

Agazzi Paolo
Aglietti Ernesto
Algisi Umberto
Alzate Marino
Amasio Severino
Angiletti Ernesto
Angrisech Michele
Arrigoni Giovanni
Baioni Rolando
Balzarini Franco
Bana Modesto
Bari Bertuletti Egidio
Baruel Rudolf
Basile Antonio
Bassi Giacomo
Bastianelli Gino
Battilana Arcangelo
Beaco Vittorio
Belani Mario
Belardinelli Carlo
Bellieri Ferdinando
Belloli Isidoro
Belloni Francesco
Belmonte Gennaro
Belotti Franco
Benaglio Sergio
Benedettucci Pasquale
Benedini Giulio
Berlendis Riccardo
Berrera Romano
Bertocchi Angelo
Bertulli Egidio
Beviario Franco
Beviario Giuseppe
Bianchi Antonio
Bignolini Aldo
Biondi Enrico
Birolini Paolo
Bitelli Bruno
Bizzarri Bruno
Boccazzi Renzo
Boglieno Annibale Felice
Bolis Guido
Bolognini Guido
Bonacina Carlo
Bonafede Benito
Bonaldi Attilio
Bonapace Franco
Bondioli Aldo
Bosatelli Alfonso
Boschini Giovanni
Bosticco Aldo
Bresciani Egidio
Bresciani Pietro
Bricalli Armando
Briglini Paolo
Brignoli
Brindesei Lamberto
Brugali Angelo
Bruno Andrea
Bruzzi Giovanni
Bugini Angelo
Bussola Ferruccio
Buttarelli Franco
Caccia Pietro
Caccia Samuele
Cacciarnatta Alessandro
Calvi Pietro
Cappelli Lorenzo
Caracuzzo Francesco
Carino Luigi
Carminati Pietro
Carrara Marino
Carrara Pietro
Carrara Romualdo
Casati Massimo
Caslini Cesare
Castellano Aldo
Castellini Romualdo
Cattaneo Alessandro
Cattaneo Aribaldo
Catullo Adolfo
Cavadini Gerolamo
Ceccarelli Aldo
Cerea Alberto
Chiappini Luigi
Chimenti Osvaldo
Ciacchi Ferruccio
Colleoni Mario
Cologni Alessandro
Colpani Giuseppe
Cornelli Virgilio
Cortese
Cortesi Giuseppe
Cortesi Luigi
Corti Carlo
Cortinovis Orlando
Corveddu Giovanni Ignazio
Costa Genovese Zerbino
Costa Giorgio
Costacurta Bruno
Crippa Evandro
Cristini Angelo Francesco
Crotti Giovanni
Cruciani Bruno
Cruciani Domenico
Cuniberti Amedeo
Cutini Francesco
Dal Corobbo Mario
Dal Dura Bruno
Dal Porto Armando
Danza Michele
De Giorgio Arnoldo
Del Negro Nicola
Deleidi Giulio
Delia Santa
Di Paolo Raffaele
Di Staso Riccardo
Diani Luigi
Diani Mario
Donati Giuseppina
Donghi Aristide
Duci Luigi Francesco
Epis Giuseppe
Facaldi Angelo
Fantini Ezio
Farina Vittorio
Favettini Giovanni
Fenaroli Ottavio
Ferrari Trecate Mario
Fodera Carlo
Fontana Celeste
Foppa Michele
Fornelli Virginio
Fracassetti Alessandro
Fuerini Aldo
Fusari Lorenzo
Fusunini Angelo
Gaffuri Luigi
Galiberti Carlo
Galizzi Valerio
Gamba Leone
Gambirasio Enrico
Gandola Antonio
Gandolfi Giuseppe
Gariboldi Aldo
Ghedini Raffaele
Ghezzi Franco
Ghilardi Davide
Ghilardi Mario
Ghio Ernesto
Gianella Sergio
Giani Alberto
Gibilardo Giuseppe
Giudici Giovanni
Giugliano Raffaele
Giuliani Ernesto
Giulianini Ferdinando
Gluntieri Vercingetorice
Gobbi Giovanni
Goglio Alessandro
Gozza Natale
Gozzi Romano
Grandis Renato
Grassi Angelo Mario
Grazioli Benito
Grotti Giovanni
Gualdi Pietro
Gualeni Osvaldo
Gualtieri Alberto
Gualtieri Fermo
Guiducci Bruno
Gusmini Aldo
Gusmini Angelo
Guzzini Massimo
Imberti Lando
Impellitieri Michele
Lanfranchi Felice
Lanza Battista
Lapparelli Giovanni
Lazzari Emilio
Lecchi Antonio
Lillia Filippo
Locatelli Federico
Locatelli Giorgio
Locatelli Martino
Loglio Camillo
Lombardi Luigi
Longo Luigi
Lopresti Felice
Lorenzi Angelo
Lorenzi Camillo
Lorenzi Giovanni
Lorenzi Tarciso
Lorenzini
Lorenzotti Lucio
Lozza Natale Pietro
Lussana Costantino
Maestroni Angelo
Magni Giovanni
Magni Vittorio
Magrini Francesco
Mancinelli Luigi
Manenti Franco
Manenti Pietro
Mangili Bruno
Mangili Luigi
Manna Ugo
Manzoni Mario
Marcabruni Ugo
Marenzi Giuseppe
Marni Virgilio
Marino Antonio
Martel Martino
Martina Simeone
Martinelli Luigi
Martinolli
Mazza Ernesto
Mazzarella Armando
Mazzoleni Vittorio
Medaglia Carlo Domenico
Medolago Pinetto
Melini Giuseppe
Melli Ennio
Melzi Mari
Messaggi Alberto
Milanesi A. Nino
Milani Angelo
Milesi Antonietta
Milesi Domenico
Minelli Aldo
Moggio Bruno
Monaro Giovanni
Monge Silvio
Mongelli Michela
Montarsolo Pietro
Monteroso Mario
Morbidelli Eugenio
Moretti Egidio
Morettini Angelo
Nava Angelo
Nava Francesco
Nava Luigi
Nervosi Casimiro
Nicoli Giordano
Nunziati Spartaco
Paccagnella Francesco
Paganessi Mariano
Pagliari Giuseppe
Palazzetti Lorenzo
Palma Aldo
Palmerani Giuseppe
Paltrinieri Orazio
Panseri Giosue'
Panzeri Mario
Parietti Felice
Parisi Francesco
Parodi Siro
Pasinetti arturo
Pasqualini Rodolfo
Pasqualotto Arcangelo
Pasquini Luigi
Pedergnana Riccardo
Pedrazzo Gino
Pellati Alberto Giuseppe
Pellegrinelli Gianfranco
Pellini Amgelo
Pennacchia Amedeo
Perazzo Luigi
Perego Alfredo
Perego Mario Cirillo
Persiani Emilio
Pezzotta Costantino
Pezzotta Mario
Piacentini Fedele
Piantoni Franco
Piazza Abele
Pizzoli Ferdinando
Pilati Francesco
Pironfi Tancredi
Pisello Tommaso
Pizzi Mario
Pizzoli Paolo
Poletti Mario
Poli Alessandro
Poli Isaia
Pregnoss Elio
Previtali Luigi
Protti Franco
Quaglia Angelo
Radaelli Luigi
Raimondi Giacomo
Raimondo Pietro
Ratti Mario
Ravasio Luigi
Rea Vittorio
Regazzoni Giovanni Battista
Residano Giuseppe
Respiccio Michele
Ressi Albino
Retti Faustina in Bertoni
Ricci Carlo
Riceputi Ernesto
Rinaldi Claudio
Rinaldi Giovanni
Rinaldi Glauco
Rinaldi Lorenzo Matteo
Rinaldi Mario
Riva Giuseppe
Rocchetti Giuseppe
Rodari Ubaldo
Rodigliari Giuseppe
Roncalli Giacomo
Roncalli Mario Tarcisio
Rondalli Giuseppe
Ronzi Arnoldo
Rosa Paolo
Rossi Bruno
Rossi Giovanni
Rossi Gustavo
Rota Antonio
Rota Flaminio
Rota Mario
Roveda Fernando
Ruffioni Lino
Rupiti Giovanni
Saiu Grazziella
Sala Franco
Salvi Battista
Salvi Bortolo
Salvi Roberto
Santinelli Augusto
Scaglia Agostino
Scarlatta Renzo
Scarpellini Gianfredo
Scarpellini Gualtiero
Scarpellini Pino
Scarpellini Virginio
Schwalger Mario
Sciamanna C.
Sciuto Antonio
Serla Vittorio
Serughetti Sperandio
Sgroi Franco
Sironi Guido
Signorelli Ernesto
Signorelli Ferdinando
Sirtoli Silvio
Sirtoli Virginio
Sollani Wolmer
Sommella Carmine
Sonzogni Francesco
Sozzi Giorgio
Sozzi Latino
Spano Vincenzo
Sparaco Antonio
Suardi Isaia
Tassinari Bruno
Tarzia Ugo
Tassinari Bruno
Terzi Giacomo
Terzi Renato
Testa Francesco
Tirabassi Giulio
Tironi Vittorio
Tomba Achille
Trecca Ercole
Turlacchi Giovanni
Ubbiali Biagio
Ubbiali Matteo
Valentini Ugo
Valenza Giovanni
Vavassori Marino
Verbecaro Vincenzo
Viario Gianfranco
Vigini Vittorio
Villa Giuseppe
Zado Adriano
Zain Graziella
Zambiasi Pietro Walter
Zanini Giancarlo
Zibetti Alessandro
Ziliani Antonio
Zoppa Michele
Zoppetti A.

ELENCO DEI FASCISTI CADUTI DOPO IL 25 APRILE 1945
L'ELENCO ESCLUDE 250 CADUTI NON IDENTIFICATI
Agazzi Gianfranco
Aceri Giuseppe
Aletto Antonino
Ambrosini Ernesto
Ambrosioni Lorenzo
Andreoletti Cristoforo
Andreoli Irma
Andrisano Ermanno
Angeretti Luciano
Angrisech Michele
Annino Ottorino
Antonelli Dario
Anzaldi Domenico
Arminio Ottavio
Arnoldi Giuseppe
Arrighetti Saverio
Arrigoni Riccardo
Aversa Antonio
Balsamo Vincenzo
Banci Carlo
Barbato Epaminonda
Barcella Olivio
Basile Antonio
Battaglia Antonio
Battaglia Giuseppe
Baurel Rudolf
Belloli Isidoro
Bendotti Mario
Benvenuti Livio
Beretta Angelo
Beretta Giovanni Battista
Beretta Ulisse
Berizzi Angelo
Bernardini Mario
Bertocchi Angelo
Bettineschi Fiorino
Biava Beniamino
Bilardo Alfredo
Birelini Paolo
Boccazzi Renzo
Boffetti Ugo
Bolis Luigi
Bondioli Aldo
Bonfanti Patrizio
Bonomi Giuseppe
Brina Augusto
Bugini Angelo
Bulgarelli Alfredo
Bulzinetti Antonio
Camera Giovanni
Capitanio Camillo
Cappelli Francesco
Carissimi Battista
Carminati Giovanni
Carsaniga Valerio Bartolomeo
Cassis Carlo Luigi
Castagneri Aldo
Cavagna Carlo
Cavalleri Vittorio
Cereta Mario
Colombo Riccardo
Comi Luigi
Costanzi Egidio
Cristini Angelo
Cristini Fernando
Cristini Giorgio
Cristini Giuseppe Enea
Cristini Luca
Daco' Ferruccio
Dal Dura Alessandro
De Lupis Amerigo
De Vecchi Francesco
Degianti Giuseppa
Degli Esposti Ferruccio
Dell'Armi Silvano
Di Domenico Salvatore
Di Glaudi Giuseppa
Dilzeni Bruno
Dolci Aldo
Donati Luigi Procolo
Donghi Aristide
Donghi Cesare
Epis Mario
Farano Francesco
Farina Mario
Farina Vittorio
Femminini Giorgio
Fenaroli Ottavio
Fenili Giuseppe
Ferlan Romano
Ferrari Mario
Festa Antonio
Finazzi Carlo
Fiorendi Angelo
Fodera Carlo
Fontana Antonio
Fontana Vincenzo
Foresti Giuseppe
Fornelli Virginio
Fraja Bruno
Fusari Lorenzo
Gaia Berti Carlo
Galli Elio
Galli Lillo
Gallozzi Ferruccio
Garofalo Francesco
Gerra Giovanni
Gervasoni Augusto
Ghedini Vittorio
Gherardini Vittorio
Ghisalberti
Giamporcaro Vito
Giorgi Mario
Giudici Giovanni
Giuntini Giuntino
Glani Alberto
Glisenti Piero
Grippando Balilla
Gritti Giuseppe
Gualco Giovanni Battista
Gualdi
Gualdi Angelo
Gualtieri Fermo
Gusmini Angelo
Guzzini Massimo
Impellitteri Michele
Innorta Francesco
Invernizzi Paolo
Jacobazzi Giovanni
Lagna Francesco Romano
Lamacchia Ruggero
Lamberti Marcello
Lapparelli Giovanni
Lazzarini Emilio
Le Pera Emilio
Locatelli Albino
Longaretti Giacinto
Lopez Angelo
Lozza Giovanni
Lucarelli Tarcisio
Macchi Kleber
Maggioni Eugenio
Magni Giuseppe
Mancini Giuseppe Alessandro
Manenti Giovanni
Mangili Cesare
Manini Alessandro
Manna Nemesio
Marasco Aurelio
Marchiondelli Davide
Mariano Francesco
Marino Antonio
Marino Enrico
Marinoni Carlo
Martina Simeone
Martinolli
Massara
Mazzoleni Ernesto
Medaglia Carlo Domenico
Mercandalli Carlo
Messaggi Alberto
Milanesi Angelo Nino
Mile Antonia in Toppi
Modolo Antonio
Montalbano Ettore
Moratti Mario
Morbidelli Eugenio
Morieni Daniele
Morlini Andrea
Morosini Adriana
Mugnai Vasco
Novaria Giacomo
Nozza Giovanni Battista
Nunziati Spartaco
Paccagnella Francesco
Pagani Giovanni
Palazzolo
Panzanelli Roberto
Parietti Ferdinando
Pasinetti Arturo
Pasini
Pasqualy Emilio
Pedergnana Riccardo
Pennacchia Amadeo
Pennacchio Stefano
Persiani Emilio
Petrovic Gorto
Pezzotta Filippo
Pezzotta Isidoro
Pezzotta Sergio
Piacentini Fedele
Piavani Giuseppe
Piellucci Mario
Pilenga Cipriano
Pilenga Giuseppe
Pinetti Franco
Pinnarò Luigi
Piovani Giuseppe
Piovaticci Guido
Pirotta Andrea
Pizzitutti Alfredo
Pizzitto Isidoro
Poli Alessandro
Pomata Franco
Porcarelli Alvaro
Possenti Giovanni
Possenti Stefano
Primini Paolo
Quaglia Angelo
Ragazzi Gianfranco
Raimondi Giacomo
Rampini Vittorio
Randi Giuseppe
Randi Mario
Rasi Sergio
Ravasio Luigi
Reposo Venanzio
Resmini Aldo
Retti Faustina in Bertoni
Rocchetti Giuseppe
Romano Aureliano
Rossi Giovanni
Rossi Luigi
Rota Giuseppe
Rubino Lorenzo
Ruggeri Vittoria
Sacchi Alberta
Sacchi Iside
Sacchi Plinio
Salvoni Augusto
Sanga Camillo
Santinelli Augusto
Savoldelli Guglielmo
Savoldi Santo
Scarpellini Giacomo
Scolari Giovanni
Serughetti Sperandio
Sgroi
Siboli Giovanni
Sidoli Giuseppe
Siligardi Gioacchino
Sirtoli Pietro
Sirtoli Virginio
Smario Gioachino
Solari Ettore
Spangher Francesco
Stefanini Vincenzo
Stefanoni Ennio
Suardi Giacomo
Subrizi Alfredo
Taffurelli Bruno
Tasca Antonio
Taussig Gabriele
Terigi Pietro Otello
Terranera Italo
Terri Bruno
Terriggia Pietro Otello
Terzi Giacomo
Testa Angelo
Testa Mario
Tonoli Vittorino
Toppi Guido
Torri Guido
Trimarchi Giuseppe
Truini Eliseo
Uccellini Pietro
Umena Pierino Luigi
Valenza Giovanni
Vanelli Almo
Vanoli Eletto
Varotto Valentino Guido
Vecchi Giovanna
Vecchi Lorenzo
Vena Luigi
Ventroris
Venturini Venturino
Viligiardi Gioacchino
Villa Carlo
Villa Giuseppe
Visca Ugo
Vucicecich Milos
Zanier Valerio
Zanoletti Alessandro
Zarelli Aldo
Zatelli Arturo
Zenici Valerio
Zibetti Alessandro
Ziliani Antonio
Zingarelli Marco
Zolli Franco
Zucchinali Ambrogio
Zucchinali Angelo
Fonti :
Archivio Baldrati
Onorcaduti caduti R.S.I.
Onorcaduti ricerca sepolture
Elenco Ministro della guerra dell’ epoca
Dichiarazioni morte presunte
Gazzetta Ufficiale
Sentenze morte presenta
Atti di morte
T. Francesconi:“R.S.I. e guerra civile nella bergamasca 1943/45”

I PRINCIPALI ECCIDI NELLA BERGAMASCA

27 APRILE - SERIATE
LUCARELLI TARCISIO
SACCHI ALBERTINA
SACCHI PLINIO
VECCHI GIOVANNA LAURA

28 APRILE - ROVETTA
I 43 MILITI DELLA LEGIONE TAGLIAMENTO
ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILSENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonino, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16

28 APRILE -9 GIUGNO - TREVIGLIO
BUFFARINI MARINO
CESARANI TOBIA
FERRARI MARIO
PACCAGNELLA STEFANO


28 APRILE - URGNANO
ANGERETTI LUCIANO
CRISTINI LUCA
DONATI LUIGI
MARCHIONDELLI DAVIDE
MORATTI MARIO
NOZZA GIOVANBATTISTA
PILENGA CIPRIANO
PILENGA GIUSEPPE
VECCHI LORENZO

3 MAGGIO - ARCENE
COSTANZI EGIDIO
CRISTINI GIORGIO
DEGLI ESPOSTI FERRUCCIO
GIUNTINI GIUNTINO
LAMBERTI MARCELLO
LOPEZ ANGELO
PROIETTI C. GIANNI
ZANIER VALERIO
ZUCCONI ALBERTO

8 MAGGIO – ALGUA DI ZOGNO
COSTANZI EGIDIO
DEGLI ESPOSTI FERRUCCIO
GIUNTINI GIUNTINO
LAMBERTI MARCELLO
LOPEZ ANGELO
MODOLO ANTONIO
PROIETTI C. GIANNI
TUSSIG GABRIELE
ZANIER VALERIO
ZUCCONI ALBERTO

17 MAGGIO - ENDINE GAIANO
BENVENUTI LIVIO
MAGNI GIUSEPPE


30 APRILE 1945 - LOVERE
DE LUPIS AMERIGO
ACERI GIUSEPPE
ALETTO ANTONIO
FEMMININI GIORGIO
GIAMPORCARO VITO
MARIANO FRANCESCO

7 GIUGNO - LOVERE
LA PERA EMILIO
DE VECCHI FRANCESCO


Lamberto BRINDESI ha diciassette anni,
nato a Trieste si è trasferito con la famiglia e vive a Bergamo Alta, è tra i primi Volontari Bersaglieri della città che accorrono nelle formazioni della R.S.I. Dopo un breve periodo di addestramento viene assegnato al Btg. “Mameli” che avrà tanti caduti sull’appenino tosco/emiliano, tra l’ autunno ’44 e l’inverno successivo nel contrastare l’avanzata degli invasori. Lamberto è tra loro. S’immola a Monte Acuto, sul Samoggia, meritandosi una medaglia al valore con la seguente motivazione: “Sempre primo e di esempio nei più cruenti combattimenti, cadde eroicamente colpito in pieno da una granata nemica mentre in piedi sulla postazione incitava i suoi camerati a resistere ad oltranza.”
Monte Acuto 26 settembre XXII

L' "ECO DI BERGAMO" DEL 16 MAGGIO 1945
CON L' EDITORIALE DAL TITOLO "BASTA PER CARITA'"
A PROPOSITO DELL' ENNESIMO RITROVAMENTO
DI FASCISTI UCCISI E ABBANDONATI SULLA PUBBLICA VIA

PRIMI ANNI 50-CIMITERO DI BERGAMO 
 LE TOMBE DEI CADUTI DELLA R.S.I.
 Primi anni '50 -Tombe dei Caduti della R.S.I lasciate ai margini del Cimitero
 1959 - Il Campo dei caduti della R.S.I. voluto e realizzato dalla Signora Adele Trevisan Arrigoni, delegata provinciale dell'Ass. Naz. Famiglie Caduti e Dispersi della R.S.I
1.11.1959 -  Le Orfane di Guerra rendono Omaggio ai Caduti della Repubblica Sociale Italiana


FEBBRAIO 1944 - PIAZZA VITTORIO VENETO
LE FORZE ARMATE REPUBBLICANE RENDONO GLI ONORI 
DURANTE LA CERIMONIA DI GIURAMENTO ALLA R.S.I.




BERGAMO 1944-PORTA NUOVA-


IL 28 0TT0BRE 1943 INIZIA LA PUBBLICAZIONE 
IL QUOTIDIANO “VOCE REPUBBLICANA” 
COME VOCE DEL FASCIO BERGAMASCO 
SOTTO LA DIREZIONE DI ARTURO ABATI, CAPO REDATTORE FRANCO GRAGIS. 




QUOTIDIANI DI BERGAMO DELL'APRILE 1945


L' ECO DI BERGAMO





IL GIORNALE DEL POPOLO